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La casa funeraria
La Casa Funeraria
Criteri di innovazione legati al modello di Casa Funeraria
a cura di Carmelo Pezzino, direttore editoriale OLTRE Magazine In una società, come la nostra, caratterizzata costantemente da una evoluzione socio culturale, e dai mutamenti in termini di valori e di consuetudini ad essa collegati, il sistema Casa Funeraria assume valenze significative ed importanti sotto molteplici aspetti di ordine pratico, comportamentale, etico e psicologico. Gli obitori degli ospedali (e delle case di cura e di riposo per anziani), spesso confinati in ambienti angusti, degradati e poco fruibili, acuiscono il disagio (e il dolore) dei familiari, sovente anche a causa di comportamenti poco professionali, se non addirittura scorretti, di alcuni operatori. Gli appartamenti moderni, soprattutto nei grandi contesti urbani, non consentono, per dimensioni, di dedicare uno spazio adeguato all'allestimento di una camera ardente, e anche in questo caso disagio e sofferenza dei familiari vengono esasperati. La scomparsa di un congiunto, quella improvvisa e quella in qualche maniera annunciata da una malattia, vengono egualmente vissute come un evento traumatico e necessitano di un idoneo supporto psicologico e della migliore assistenza tecnica negli adempimenti da compiere prima ancora che nella elaborazione del lutto. Le diverse concezioni ideologiche e religiose, proprie di una società che sempre più tende ad una multietnicità, rendono necessaria l'identificazione di un luogo utile ad ospitare adeguatamente atti di ossequio e cerimonie di commiato che permettano di vivere con intensità il tempo del dolore, in una dimensione di umanità e di profondo rispetto per sentimenti, affetti, ricordi. Non sono che alcune delle motivazioni, forse le più evidenti, fra quelle che rendono attuale ed indispensabile il modello Casa Funeraria. Ma perché solo oggi queste esigenze sembrano trovare finalmente concrete possibilità di risoluzione? Perché il nostro Paese, spesso all'avanguardia, arriva adesso a realizzare un qualcosa che altrove pare esistere da sempre? Innanzitutto perché, questa volta davvero, sta per essere varato il nuovo Regolamento di Polizia Mortuaria che, nelle sue norme di applicazione, darà indicazioni precise ed esaurienti. Poi, e non è di secondaria importanza, perché il comparto delle Onoranze Funebri, per lo meno quegli operatori che credono fortemente nella propria professionalità e in un codice deontologico strettamente legato ad essa, sentono come improcrastinabile l'esigenza di adeguarsi agli elevati standard delle Nazioni più evolute e vedono, nello sviluppo di nuove figure professionali (esperti in tanatoprassi, consulenti psicologi per l'elaborazione e la gestione del lutto, cerimonieri, ...), una grande opportunità di crescita, anche culturale, della categoria. Pure il mondo produttivo del settore funerario e cimiteriale si è dimostrato pronto, esasperando la ricerca e sviluppando soluzioni di avanguardia, per il rispetto delle norme igienico sanitarie e per il design, utili a dare connotazioni precise al modello italiano. Poi, ancora, grazie ad esperienze vissute in Paesi altrettanto cattolici del nostro, perché sono venute meno le resistenze della Chiesa che ha finalmente compreso come il rito del commiato eventualmente compiuto all'interno della Casa Funeraria non sostituisca, ma integri, la cerimonia religiosa tradizionale, permeando però ogni atto compiuto dal momento del decesso a quello della inumazione o cremazione di una religiosità umana prima ancora che liturgica. Infine, per il mutato atteggiamento della Pubblica Amministrazione che, se prima vedeva l'obitorio comunale come unica possibilità operativa, oggi sembra avere sposato, come avviene un po' ovunque, ipotesi di coesistenza, se non di collaborazione, fra imprenditoria pubblica e privata. Abbiamo fortemente voluto trattare questi argomenti in occasione di TANEXPO non solo perché crediamo fermamente nella bontà di un modello italiano che, ne siamo sicuri, si affermerà legittimamente (con conseguente sviluppo, nel business e nella creazione di un qualificato mercato del lavoro, di un settore importante della nostra economia), ma anche, e soprattutto, perché, nel cogliere le necessità di un mondo commerciale che ambisce a crescere e a migliorarsi, abbiamo riscontrato (ad eccezione del fondamentale contributo di idee offertoci da Federcofit) la totale assenza e la colpevole latitanza di chi dovrebbe rappresentare, e sostiene di farlo storicamente da sempre, le giuste istanze della base. I Rituali Funebri: crisi e prospettive a cura del Prof. Francesco Campione, psicotanatologo Ogni epoca e ogni cultura rappresentano attraverso le "cerimonie funebri" i loro modi pecuIiari di concepire la "buona morte" e il "lavoro del lutto", cioè esprimono i loro modi di aiutare i morenti a morire bene e i dolenti a "rivivere" dopo la morte di una persona cara. La nostra epoca e la nostra cultura sono caratterizzate sempre più in maniera preponderante da: a) una concezione della buona morte, che può essere indicata brevemente come "morire in modo istantaneo e indolore alla fine di una lunga vita spesa bene" ; b) una concezione dell'elaborazione del lutto, che la fa consistere nel distrarsi per passare oltre sostituendo al più presto possibile la perdita . Si può comprendere allora sia perché l'abitudine di pensare al proprio funerale tenda a perdere la sua funzionalità rispetto ad una morte che si desidera istantanea e improvvisa, sia perché il funerale tenda a ridursi ad una efficiente e rapida operazione di rimozione di un rifiuto solido urbano, utile per volgersi immediatamente dopo alla ricerca di sostituti adeguati delle perdite subite attraverso una più o meno semplice "ristrutturazione" delle strategie di adattamento, di benessere e di successo. Ne deriva inevitabilmente la grave crisi dei rituali funebri tradizionali. Non tutti, naturalmente, condividono questa impostazione culturale dominante, sicché bisogna tener conto anche di come i singoli concepiscono la buona morte, il lutto e, quindi, funerale e rituali funebri. Emergono dall'osservazione tre grandi 'tipi ideali'. I.Chi immagina la propria morte come qualcosa di drammatico e insopportabile , la somma di tutti i dolori concentrati in un istante, tende a concepire come "buona" una morte che eviti questa drammaticità: una morte istantanea e indolore! Per costoro il funerale tende ad essere sognato come una esperienza che riguarda soltanto i sopravvissuti. II. Chi immagina la propria morte come un annullamento totale di sé , della sua persona unica e insostituibile, tende a concepire la buona morte come una morte accompagnata dalla speranza di una altra vita. Per costoro il funerale tende ad essere immaginato come "un rito di passaggio" da una vita personale a una altra forma di vita personale. III. Chi immagina la propria morte come un commiato definitivo alla vita , commiato in grado di confermare o smentire il senso della vita vissuta fino a quel momento, e di innescare nella vita degli altri un nuovo capitolo della propria vita in assenza di sé, tende a concepire la buona morte come un "lasciar detto" agli altri come si vorrebbe che dessero seguito e "difendessero" la vita dell'assente. Per costoro il funerale tende ad essere immaginato come un rituale collettivo, una specie di "rito di affidamento" in cui chi resta riconosce il "lascito" di chi è morto, "promettendo" di proseguire la vita anche in base a questo lascito. Si può affermare a questo punto che allorché ci sia una corrispondenza piena tra la concezione individuale della buona morte e del funerale e quelle della nostra cultura, cioè quando l'individuo rientra nel primo dei tre tipi ideali descritti, la crisi dei rituali funerari sarà totale e irreversibile, cioè essi si ridurranno ad una tecnica igienica di smaltimento del cadavere totalmente a carico di chi resta e delle istituzioni preposte. In tutti gli altri casi la crisi si manifesterà come una crisi parziale, cioè come un conflitto tra due o più modalità. Esempi di comune osservazione di questa crisi parziale sono: i dolenti che organizzano per i loro cari funerali religiosi che servono a loro (perché appartenenti al secondo tipo ideale), ma che i loro cari non avrebbero voluto (perché appartenenti al primo o al terzo tipo ideale); i dolenti che organizzano per i loro congiunti funerali laici (terzo tipo ideale), quando questi avrebbero voluto funerali religiosi (secondo tipo ideale); i dolenti che organizzano funerali frettolosi per la "sola famiglia"(primo tipo ideale), quando questi avrebbero voluto funerali collettivi in cui si esprimesse solennemente il senso della vita di chi non c'e più, "promettendo" di rispettare questo senso e di farsene carico vivendo. Si delineano allora due possibili conseguenze. I. Da una parte, i rituali funebri potrebbero diventare in un tempo più o meno breve "residui arcaici" e trasformarsi, come tanti altri rituali, in "curiosità folcloristiche" per antropologi nostalgici, dato che ora tutti gli individui, attraverso l'educazione e l'abitudine determinata dai condizionamenti sociali, si identificherebbero nella strategia dominante verso la morte, che prescrive, come già detto, di non pensarci e di non pensare al funerale finché si è vivi; di cercare di morire in modo istantaneo e indolore quando bisogna morire e di dimenticare al più presto la persona cara morta, sostituendola con altre persone care, quando si subisce un lutto. II. D'altra parte, ci potrebbe essere uno scacco educativo della nostra cultura, e gli individui potrebbero in numero sempre maggiore non identificarsi con la strategia attuale verso la morte, sicché, lasciati sempre più soli con la loro morte (a cui non riuscirebbero a non pensare) o con la morte dei cari (che riterrebbero insostituibili), avrebbero la necessità di nuovi rituali collettivi, pena il cadere preda di patologie fisiche e psichiche (le patologie da lutto) sempre più gravi.
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